zaino invicta

Lo zaino Invicta è stato un must degli anni ‘80, chiunque varcava il portone di una scuola lo aveva in spalla, pieno di libri, ricordi e sogni. Oggi, nell’era dei milioni di zaini super accessoriati di mille marchi, Invicta vuole riaffermarsi come oggetto cult delle nuove generazioni.

Lo zaino Invicta ha conosciuto un’evoluzione nel corso degli anni: da zainetto per il tempo libero (vedi foto) a zaino per la scuola capace di contenere i chili  e chili di libri grazie anche alle comode cerniere che dividevano gli spazi.

Non solo la scuola ma anche concerti, gite scolastiche, uscite con gli amici e vacanze erano occasioni per poter esibire il proprio zaino e con esso una parte di se stesso.

La cosa che lo rendeva davvero unico, infatti, erano le scritte e le dediche; migliaia di teenager infatti facevano a gara alla ricerca di cose nuove da scrivere o da applicare. Alla fine risultava praticamente impossibile distinguere i vari modelli…



punk

La leggenda narra che al numero 439 di King’s road, in un retrobottega di un negozio di vestiti usati, due menti geniali decisero di provare a sconvolgere il costume dell’intero globo: la trasgressiva mente creativa Vivienne Westwood e il suo giovane fidanzato Malcom McLaren. I due, catturati da un’innata ed impressionante fantasia ed ‘appesantiti’ inventano il fenomeno che incendiò gli anni ’80: il punk.

Una storia trascinante di una stilista che proprio alla storia resterà per aver saputo stravolgere, inquietare, addolcire, ridisegnare il codice artistico, specchio delle evoluzioni sociali, comunemente definito moda. Il vocabolario definisce come ‘punk’ un movimento giovanile nato nella seconda metà degli anni Settanta che dimostra la propria protesta contro la società tramite un comportamento antico. Il termine punk fu coniato da Lenny Kaye, giornalista e storico del rock, indicava un abbigliamento fatto di spille, borchie, capelli tinti di colori vivaci.

Se è vero che il paninaro più che un rappresentante di un modo di essere adolescenti, sembrava esserne una caricatura , il punk nasceva da un forte disagio sociale. Essere punk significava contestare totalmente la società di appartenenza, rifiutarne i valori, annullarsi nel nichilismo e nell’autodistruzione di cui l’abbigliamento era l’espressione.

Il punk urlava la sua rabbia con la musica, i suoi abiti strappati, il suo look che sembrava un pugno nello stomaco sferrato a chi, incontrando il giovane, mostrava indifferenza. Punk e paninari, due modi opposti di rapportarsi alla società: i primi la rifiutavano, i secondi vi aderivano completamente.

Mi ricordo che quando ero piccina ero letteralmente affascinata da questo curioso modo di vestire…tutte quelle borchie, quelle spille, quei vestiti di pelle lucidi e quei trucchi cosi “spaziali”. Ne ero talmente affascinata che un anno riuscii persino a corrompere mia madre…e ad una delle tante feste di carnevale della mia infanzia mi presentai in veste punk.



E’ il 1979 quando la striscia Bobo vede per la prima volta la luce: i natali glieli dà Sergio Staino, partorendola sulla rivista Linus, con l’entusiasta approvazione del direttore Oreste del Buono.

Che dire. Sergio Staino io l’ho conosciuto. E’ un uomo che a Bobo un po’ assomiglia, se non altro per il carattere sognatore e rude con il quale si presenta. Corpulento e barbuto, e ci vede anche poco. Di sinistra. Pure sua moglie assomiglia alla moglie di Bobo. E’ la fotocopia sputata. Parla di suo marito con pazienza e disincanto, è sudamericana e ha i capelli liscissimi e castani, che le ricadono sulle spalle esili. Purtroppo i figli non li ho conosciuti, ma il semplice fatto che si chiamino Ilaria e Michele, come i due figli di Bobo, mi lascia supporre che anche loro qualcosa in comune ce l’abbiano con i loro alter ego disegnati.

Sergio Staino realizza le sue tavole in pochi istanti. Il suo tratto frettoloso e indefinito dà corpo però a composizioni suggestive, dinamiche, brulicanti… e incredibilmente realistiche. Forse, la sua capacità principale è quella si saper descrivere i caratteri umani.

Staino è sempre in attività in molti campi dello spettacolo. Durante gli anni ‘80 è sbocciato in collaborazioni con riviste, giornali, ha stretto un rapporto proficuo che continua tuttora con l’Unità. Ha fondato la rivista Tango, settimanale satirico a cui hanno collaborato Francesco Guccini, Altan, Gino e Michele, Michele Serra. Sempre negli anni ‘80 inizia una collaborazione con Raitre, dove firmerà alcune trasmissioni (Teletango, Cielitolindo) e rubriche.

Passando al fumetto vero e proprio, Bobo è un uomo tra i 40 e i 50 anni, occhialuto, con il naso a patata e panzuto, fedelissimo al PCI e grande amico dell’ossuto compagno Molotov. Nonostante la fede politica indiscussa, da verità in tasca, il personaggio di Bobo viene spesso e volentieri messo di fronte alle contraddizioni profonde della politica italiana e dei personaggi che la animano, dell’attualità, delle guerre, e la sua sicurezza vacilla, costantemente. Cosparso di un’ironia avvincente e gustosa, questo fumetto spesso e volentieri si prende infatti gioco delle icone politiche del nostro paese, e contemporaneamente anche delle reazioni del suo protagonista, un personaggio assolutamente normale, assolutamente legato a un’indole tutta italiana del prendersela per un nonnulla, indissolubilmente legato alla sua famiglia e ai suoi valori, costantemente assillato da problemi futili (incomprensioni con la pignolissima moglie Bibi, coi figli, con gli amici), da imbarazzi per figuracce fatte in giro, da preoccupazioni sul futuro dell’Italia. E’ inutile. Ci rivedo sempre mio padre… me stessa… e tanti comportamenti che ognuno di noi ha quotidianamente.  “Bobo trema, suda e si tormenta per lo stress e per le difficoltà di conciliare se stesso con il mondo” (parafrasando Luca Raffaelli, di Repubblica).

Staino è magistrale nella descrizione delle caratteristiche (fisiche e caratteriali) dei personaggi reali che disegna, e che si scontrano in maniera quasi onirica con la purezza di animo e di ideali del nostro Bobo. Questi fumetti non si limitano a evocare situazioni presenti o passate, ma le inseriscono in una storia nuova, rendendo i contorni storici romanzati e i comportamenti dei leader sempre deprecabili. Un esempio indimenticabile è la trasfigurazione di D’Alema, Veltroni e Occhetto nei personaggi di South Park. Ma come diavolo fa? E’ assolutamente geniale.

Insomma.  Se non avete mai letto niente di Bobo vi consiglio di farlo il prima possibile. Ogni disegno, ogni parola, ogni volto assumono una pregnanza satirica, ironica e strepitosa. Guardate qua il nostro Guccini come si accapiglia con la sua Locomotiva:

Guccini secondo Staino

Ma soprattutto, ecco il nostro Bobo, quando, in anni più recenti agli 80’s, si accapiglia con il grande mondo di INTERNET (direi che ci stava bene, in un blog!!)

Bobo e internetInsomma, Bobo rulez!!!! LEGGETELO!!!!! :-)

 



OVVERO:

L’ultimo barlume di benevolenza nell’illegalità

La società popolare degli Stati Uniti d’America è cresciuta, sin dagli anni 20, con eroi ed eroine dalla faccia sporca, oppure dalla vita ambigua. Superman, l’Uomo Ragno, i Fantastici 4, Batman, sono accomunati da caratteristiche sostanziali, infatti, i nostri, oltre ad essere paladini della giustizia “giusta” sull’intramontabile esempio del figlio di Sherwood, hanno un a duplicità esistenziale che diviene prassi necessaria nella difesa del loro operato. Il mistero, il segreto, l’esigenza sine qua non di nascondere la propria identità vera, diviene l’humus in cui i comportamenti eroici prendono corpo. Potremmo, calcando oltremodo l’analisi, definire le vite non legali eroiche a discapito di quelle comuni e fin troppo svilite vissute nella totale legalità. Definire il concetto di legalità, assimilandolo ad un comportamento che ottempera ad azioni conformi alla legge, diviene automaticamente un discrimine per tutte quelle altre azioni che, pur mirando alla giustizia, passano sopra la legalità nominalmente definita. Questa chiave di lettura crea una dicotomia tra quelle vite ordinarie degresse all’inverosimile, al cospetto delle altre, invece, affrontate con un interpretazione creativa dei limiti di legge. Questa duplicità resterà sistema sino alla comparsa d’eroi esplicitamente fuorilegge, Hannibal, Mister T (Pié Baracus), Murdok e Sberla, mirano al fine della Giustizia agendo dai margini veri della Legge (ingiusta??). Il tema perpetuo del soccorso, a puntate, portato verso gli umili è sì attuato con ogni mezzo, legale o illegale che fosse, ma è atto agente dell’azione di uomini ricercati dalla legge. La sottolineatura perpetua della legalità ingiusta e dell’illegalità giusta diviene parmenidamente concretizzato nelle persone fisiche dell’A-team. I tempi sono maturati in questi strani anni Ottanta, in cui la percezione del giusto è problema da serial, tanto da instaurare, tra i popolani soccorsi, il dubbio che azioni marcatamente fuori dalle norme di legge, sembrano le sole adatte a restaurare un più alto concetto di Giustizia. Fuggire, rincorsi dai garanti dell’ordine pubblico, abbandonando, ma non abbandonati dall’amore di coloro a cui si è prestato aiuto, è emblema di questa frattura oramai satura di contraddittorio a cui la società statunitense sembra essere giunta.

La “natura” umana fortemente tipologizzata dei protagonisti (Hannibal infallibile stratega, Piè brutalmente forte e fortemente buono, Murdok genio nella follia e Sberla grande amatore e scaltro persuasore) denota ulteriormente il buon vertere di una cooperazione eterogenea. Diverso è bello!

Il percorso dell’integrazione sembra partire dai cattivi, infatti, a garantire quella che sovrana e “uguale” regge le fila della società, vi è un manipolo di Caucasica purezza.

Il team dalla scarlatta lettera A si propone a modello off, per azioni libere da pregiudiziali e per la realizzazione dell’armonia comune; l’eliminazione dei soprusi. A-team: benevoli, ma fuori dalla di dio regola, segnano l’emancipazione insperata, che è passaggio repentino da uno storico dualismo, risoltosi in paradosso.



Il bello è sempre bizzarro” C. Baudelaire

Certo non ho visto questo film negli anni ‘80, ma dato che è uscito nel 1986, non poteva mancare all’appello.

Uno steccato bianco, dei papaveri rossi, il cielo blu. Non vi svelerò nulla che vi possa danneggiare la visione, spero solo di ricreare un mix d’immagini e suoni che vi spinga alla sua immediata visione

Labbra rosse , prati verdi e l’omonima canzone Blue Velvet interpretata da Bobby Vinton. Poi un orecchio umano reciso, brulicante d’insetti in un campo.

La colonna sonora è conturbante quanto le immagini e sentire l’interpretazione del leit motiv

fatta da Isabella Rossellini ( alias Dorothy Vallens) allo Slow club funge da potente narcotico del nostro stato cosciente riuscendo ad astrarci dalla nostra condizione reale. Il tutto per poter compiere l’esperienza di viaggio all’interno dell’immaginario che si apre sbirciando tra le fessure del quotidiano della provincia tranquilla di Lamberton.

L’orecchio delimita la soglia che nel vissuto comune si crea tra sogno e incubo, tra onirismo e surrealismo: ci spinge ad interpretare le situazioni.

Tende rosse (rigorosamente in velluto) svolazzanti, da sfondo all’interno delle scene chiave.

Il tempo scorre lentamente, mentre noi ci intrufoliamo attivamente all’interno dell’opera muovendoci in modo autonomo.

Le immagini prendono forma, conferendo ancora più sostanza alla dicotomia che si sviluppa tra l’emisfero dell’innocenza e dell’esperienza, percepibili tramite il percorso del nostro protagonista, nel suo riemergere al reale con tramite un percorso di conoscenza, sino a riemergere in superficie.

Blu che simboleggia lo smorzamento della ragione in favore delle pulsioni più recondite. Ambiguità & stranezze inquietanti. Bellezza & disgusto. Perversione.

Questo (falso) thriller, con risvolti melodrammatici e psicoanalitici, è stato escluso dalla Mostra Internazionale del cinema di Venice con l’accusa di pornografia gratuita…a voi l’ardua sentenza

Se vi chiederete cosa aspiri Frank Boothre in continuazione dalla bombola… è nitrito d’amile, più comunemente conosciuto come popper

…and I stell can see blue velvet through my tears!

blue velvet



Tommy trickerCome dire… qua ci vogliono i veri appassionati…

Nel ripensare ai film che hanno caratterizzato la mia infanzia, e con particolare enfasi gli anni ‘80, mi è tornato alla mente come un fulmine a ciel sereno un film che adoravo: “Tommy Tricker e il Francobollo Magico”, detto anche “Tommy Tricker e il viaggio nel francobollo” (1988). Sinceramente non saprei dire quale di questi titoli sia esatto. Ricordo solo che era estate, il periodo del Festival di Giffoni, e che i miei mi registravano videocassette su videocassette di quei film per bambini e ragazzini in cui protagonisti assoluti erano bambini e ragazzini: tra questi Tommy Tricker era in vetta alle mie classifiche .

Credo che questa sia una produzione canadese, veramente ma veramente artigianale, e racconta di una storia bellissima che ha per protagonisti un paio di ragazzini di una grande città: uno è il tipico bravo bambino, diligente, figlio di architetto, devoto ai genitori… l’altro è l’ovvio il baby-teppista, circondato da nugoli di fratellini affamati, senza padre e con la solita madre cicciona e disoccupata. Questi due ragazzini, senza avere poco più dell’età in comune, diventeranno però amici grazie a una magia scoperta all’interno di una vecchia collezione di francobolli di poco conto: il sistema per viaggiare dentro ai francobolli.

Basta recitare una frase magica, percorrere alcuni passi e saltare dentro a un francobollo che abbia un po’ di spazio a disposizione, possibilmente già incollato su una busta pronta a partire. Il protagonista principale (Ralph) viene catapultato in Cina e poi in Australia, alla ricerca della famosa collezione di francobolli di inestimabile valore (tra cui il Vittoria da 12 penny) che la persona creatrice della magia aveva nascosto in un qualche punto del mondo. Tommy lo insegue, chiaramente attratto dalla possibilità di ruabargli il tesoro: i due si incontreranno all’interno di una specie di zoo popolato da canguri, e riusciranno, da alleati e non da nemici, ad appropriarsi della collezione.

In questo universo dai contorni fantastici, il viaggio dei due ragazzini è irreale, sì, ma d’altra parte anche una vera e propria prova di iniziazione: alla tolleranza, all’amicizia, alla condivisione di un’esperienza comune.

Insomma… questo è un film fantastico per i bambini di tutte le età. Non nascondo che anche io abbia provato, da piccola, a viaggiare su un francobollo, ma purtroppo qualcosa non deve aver funzionato… Per ora mi accontento dell’autobus!!

Last but not least: devo confessare che provavo un debole per un quattordicenne che dopo una ventina di minuti di pellicola appariva cantando con il suo gruppo in un centro commerciale. La canzone era “I’m running for you”. Il nome del ragazzino compariva nei titoli di coda: era niente di meno che il super cantante Rufus Wainwright (oltre a sfornare dischi pop, ha collaborato e collabora attivamente alle colonne sonore di un sacco di film, come “Moulin Rouge”, “The Aviator”, “Shrek”…). Ancora oggi mi stupisco di quanto, a 6 anni, fossi stata lungimirante!



“L’arte non è uno specchio cui riflettere il mondo, ma un martello con cui scolpirlo”. Majakovskij

La piccola 35mm russa LOMO LC-A (già il nome ispira simpatia!) nasce in Russia proprio negli anni 80- assemblata tuttora a Leningrado.

Piccola, simpatica e colorata la Lomo è una compatta davvero tascabile per quanto è piccirilla: larghezza 10,5 - altezza 6 cm - profondità 2,8 cm. Unendo al tutto le piccole dimensioni della lente si ottengono le tanto bramate immagini estremamente sature.

Plasticosamente accattivanti, le Lomo hanno cambiato l’arte del fotografare immergendoci nello scatto spensierato, facendoci sperimentare gli effetti speciali artigianali da applicare , infrangendo la grafiche assurde, dall’aspetto improbabile. Un vero e proprio strumento tecnico con cui scolpire tutto ciò che si desidera; la Lomo con flash colorato, vignetta le foto e lascia entrare lame di luce tra le parti in plastica. Vi lascio immaginare il risultato… La vignettatura, i colori, la forma e la totale assenza di controllo.

Affascinanti a tal punto da divenire un fenomeno sociale nei successivi anni 90, un cult denominato lomografia.

Purtroppo, subito abbinato ad un astuto business commerciale, così da capovolgere la storia e la stessa fotocamera passa dall’essere un oggetto proletario ad oggetto di culto-finto-proletario-molto-chic .

Alla faccia della perfezione tanto ricercata nel digitale…….sforzi sprecati…non esiste!

 



Negli anni ‘80 ci rientra appena per un pelo (il film è del 1989)…ma nella mia memoria confusa della mia infanzia, questo film rientra a pieno titolo nella top five dei film più visti…

Forse influenzata dal desiderio di posseder Polly pocket, o dalle avventure della piccola Memole, questo film era quello che aspettavo…

Prodotto dalla Disney il film è un piccolo show di effetti speciali, che  ha avuto un successo enorme…basti ricordare che dal 1997 al 2001 (ripristinata poi nel 2007) ha dato vita all’omonima serie televisiva…certo il cast era del tutto mutato, ma…

 

Nel 1992 esce  “Tesoro, mi si è allargato il ragazzino”, un pessimo sequel del nostro tanto amato film…ma, fortunatamente, questa è un’altra storia, ed un altro tempo…

 Ovviamente non lascio passare invano quest’occaisone per un altro gossip telefilmico: due anni dopo la conclusione del serial “Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi”, ritroviamo Barbara Alyn Wood nei panni di Deb Scott nel noto telefilm One Tree Hill.

 



Inizierò con queste tristi parole: io di videogames non ne ho mai sentito parlare quando ero piccola… :’(

Non ho mai visto un Commodore in vita mia ma, essendo stato il modello di computer più venduto al mondo, tanto da finire nel guinness dei primati, ed essendo una vera e propria icona degli anni ‘80, non poteva essere trascurato.

Così mentre io mi limitavo a giocare con oggetti in “carne ed ossa”, o con la pura fantasia, molti bambini della mia età si lasciavano trasportare dalla potenza dei byte per intrattenere il proprio tempo con la tipologia di gioco che preferivano: bastava inserire la cassetta scelta o, più tardi, il floppy disk.

Il commodore fu introdotto nel mercato nel 1982 ed utilizzava un microprocessore MOS Technology 6510. Aveva una RAM di 64 Kbyte (!!!! basti pensare che oggi un computer medio ha 512 Mbyte….) e una velocità di processore di 0,9875 MHz (!!!!).

Insomma la tecnologia si è evoluta parecchio da allora ma nel famoso decennio il Comodore apparve davvero come una conquista incredibile!

Peccato che io non abbia mai potuto giocarci… almeno per darvi una mia opinione personale…. Ma c’è chi ci ha passato intere giornate, amandolo e odiandolo a seconda dei risultati raggiunti, tanto da arrivare a prenderlo a pugni nel caso di una o più partite perse.

Insomma sicuramente io ho avuto un’infanzia molto felice e selvatica, passata nei prati e ad arrampicarmi sugli alberi, ma mi sarebbe paciuto avere un’alternativa per le giornate di pioggia… o per tutte quelle volte in cui non avevo la possibilità di uscire. Oltretutto credo che, a differenza di quel che si dice sui videogiochi, i bambini sviluppino una velocità maggiore di riflessi e di associazioni mentali a forza di giocare con il computer o con tutte le console esistenti create a fini ludici.

Quindi mamme di tutto il mondo non fate resistenze: comprate i videogames ai vostri bambini, oppure un giorno potranno rinfacciarvelo!



espadrillas

Ricordate le ciabatte che si mettevano come scarpe, coprivano tutto il piede ma erano piu leggere di un sandalo? Sono le espadrillas: un mito negli anni ‘80!

Le espadrillas nacquero e si diffusero tra Spagna e Portogallo come scarpe di pescatori mediterranei di umilissime origini, ma sono entrate nel mondo della moda a partire dalla seconda metà del ‘900. Tra gli anni ’70 e ’80 conobbero un incredibile boom e sono tornate di moda recentemente. Fatte di tela e di una suola di corda intrecciata e gomma alla base, le varianti più intriganti hanno il tacco abbastanza alto e un laccio lunghissimo da intrecciare alla caviglia o a salire, verso il polpaccio, e da legare con un fiocco.

I colori erano sgarcianti, solitamente tinta unita ed abbinati sia a mise da spiaggia che ad abiti serali, insomma adatte a tutte le situazioni. Io le portavo al mare per camminare sugli scogli; l’unico inconveniente è che dopo una settimana erano completamente distrutte!

Col passare del tempo sono state soppiantate dai più moderni e modaioli infradito, che come le sorelle maggiori si adattano ad ogni tipo d’abbigliamento.




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